CASO STUDIO DI: GIULIA

Non soffriva, aveva una bella vita… Poi ha scoperto che il suo unico problema era "accontentarsi"

La storia di una veneta scappata dal Veneto che non voleva sentir parlare di "guru veneti", e della sessione che le ha fatto chiedere un IBAN!

"Il Metodo non è solo per chi soffre da morire. È anche per chi sta bene… e forse cerca qualcosa in più."

I casi studio, di solito, partono dal fondo: la crisi, il lutto, la mente che non si ferma. Questo no.

Questo parte da una che stava bene. Bella relazione, bello studio, bel lavoro, bella famiglia. Nessun dramma da risolvere, nessuna notte insonne. Il tipo di persona che, sentendo parlare di un metodo per "liberarsi dalla sofferenza", risponde: grazie, sto a posto così.

Ed è proprio per questo che la storia di Giulia dice qualcosa che le altre non possono dire.

Partiamo dall'inizio, che è già una commedia. Giulia è veneta, "scappata dal Veneto a gambe levate", ha perfino studiato dizione per togliersi l'accento. Quando il suo fidanzato Eduardo le dice "sto seguendo un tipo veneto che fa meditazione", la risposta è immediata: "No, Edu, per favore. Lasciamo perdere sta cosa." Solo l'accento, di Andrea, non lo poteva sentire.


Poi arriva l'episodio che le smonta lo scetticismo. Una febbre a quaranta che non se ne andava da sette giorni, e un mattino la schiena completamente bloccata. Giulia vuole chiamare l'ambulanza, sacrosanto. Eduardo le propone una sessione. "E io: aspetta un attimo. Come 'una sessione'? Io vorrei andare in ospedale e tu mi vuoi fare una sessione?"

(Qui serve la parentesi che fa Andrea stesso nel video, e che vale doppio per iscritto: don't try this at home. Se stai male, prima si chiama il medico. Sempre. Il Metodo non è un pronto soccorso.)

Com'è andata, lo racconta lei: "Mi ha detto: senti i piedi, le gambe. E io mi sono sbloccata. Ho semplicemente rilassato il corpo, mi sono lasciata andare al dolore in quel momento."

E qui arriva la reazione più onesta mai registrata in un caso studio. Non "voglio farlo anch'io". Non "è un miracolo". Ma: "Questa cosa funziona. Datemi un IBAN, voglio pagare qualcuno, perché se lo merita." Nessun bisogno percepito, nessuna conversione folgorante, solo il riconoscimento pratico che lì c'era qualcosa di vero.

Il primo incontro col suo tutor, Simone, fa il resto. "Mi ha preso e mi ha accompagnato dal punto zero al punto dove sono ora. Non avrei continuato il Metodo: lui ha visto qualcosa in me che io non vedevo."

E cosa ci fa col Metodo una che sta già bene? Scopre la frase che sua mamma le ripeteva da sempre, e la ribalta: "È contento chi si accontenta… la sega." Siamo abituati ad accontentarci, la bella relazione, il bello studio, le belle cose, e nessuno ci dice che si può avere tanto di più. Non è una vergogna dirlo. Il loop più subdolo non è quello che ti fa soffrire: è quello che ti fa dire "va bene così". E si scioglie come tutti gli altri, portando l'attenzione alla sensazione, lì dove vive, tra pancia, petto e gola, e lasciandola andare.

Quello che resta, quando anche l'accontentarsi molla la presa, è lo stato Senzamente. E da lì i desideri veri si vedono benissimo.

I risultati di Giulia, infatti, non assomigliano a quelli degli altri casi. Il più grande è di quelli controintuitivi: ha lasciato Eduardo, "ho iniziato il Metodo, ho lasciato il mio ragazzo", ride, e con lui ha costruito una relazione meravigliosa. Amore incondizionato, quello vero: "Quello che non ha aspettative, che non chiede niente, e che riceve magari anche brutte parole. Proprio lì capisci che è incondizionato."

Poi, durante un incastro, un'esperienza di gratitudine e benessere così forte da non saperla spiegare a parole. Quella che tanti nei percorsi spirituali inseguono per anni, lei non la cercava, e l'è arrivata. E con lei l'insight più maturo del video: per un po' ha creduto di essere "arrivata", ha usato il Metodo in modo quasi ossessivo per tornare lì. Finché ha capito che l'aspettativa stessa era il loop. "Non è l'obiettivo che mi rende felice, è il percorso.

Ti apri a tutto ciò che può essere solo quando non hai più aspettative."

E infine il consiglio che è diventato il suo marchio, per chi entra nel Metodo e lo prende troppo sul serio: in Magrin, la G è la G di gioco. "Questo è un percorso denso, dove si entra a contatto con tanto dolore nostro. Ma ti porta anche a divertirti tanto. Divertirsi da morire mentre si scioglie, quella è la chiave. E se c'è qualcosa che ti impedisce di divertirti, quello è un loop. Ed è il primo che va sciolto."

La mia storia

La mia storia è divertente. Punto numero uno: sono scappata dal Veneto a gambe levate. Ho perfino studiato dizione per togliermi l'accento. Quindi quando il mio fidanzato Eduardo mi ha detto "sto seguendo un tipo veneto che fa meditazione", ho detto: no, Edu, per favore, lasciamo perdere sta cosa. Solo l'accento veneto non potevo sentire.

Io non ci credevo. Poi una volta mi è venuta una febbre a quaranta, durata sette giorni, che non se ne andava. Un giorno stavo malissimo, mi si era bloccata tutta la colonna. Volevo chiamare l'ambulanza, e lui: "No, ti faccio una sessione." E io: aspetta un attimo, come, una sessione? Io vorrei andare in ospedale.

Comunque: mi ha detto "senti i piedi, le gambe", e io mi sono sbloccata. Ho semplicemente rilassato il corpo, mi sono lasciata andare al dolore in quel momento. E ho detto: questa cosa funziona.

Non ho detto "la voglio fare". Ho detto: funziona, ottimo, datemi un IBAN, voglio pagare qualcuno perché se lo merita. Sapevo che c'era qualcosa di più grande dietro, e volevo contribuire.
Poi ho fatto il primo incontro con Simone, il mio tutor, e lo ringrazio pubblicamente: mi ha presa e accompagnata dal punto zero al punto dove sono ora. Non avrei continuato il Metodo, lui ha visto qualcosa in me che io non vedevo.

Ti dico una cosa: io non avevo particolari problemi. Non era "mio Dio, non trovo il senso della vita, soffro". Mi facevo la mia vita e stavo bene. Bella relazione, bello studio, bel lavoro, belle cose, bella famiglia. Però si può avere tanto di più, e questa cosa non te la dice nessuno, perché siamo abituati ad accontentarci. Mia mamma mi diceva sempre: è contento chi si accontenta… la sega. Possiamo avere tutto. Davvero. E non è una vergogna dirlo.

Un mio grande risultato? Ho una relazione meravigliosa con il mio ex. Dopo averlo lasciato, ho provato amore incondizionato. Ma sincero: quello che non ha aspettative, che non chiede niente, e che riceve magari anche brutte parole, e proprio lì capisci che è incondizionato.

Durante un incastro ho avuto un'esperienza di felicità, ma era più gratitudine: una sensazione fortissima che non saprei spiegare a parole. Non la cercavo, e l'ho trovata. Per un momento ho pensato di essere arrivata, e ho cercato di ri-arrivare lì. Poi ho capito che non è l'obiettivo che mi rende felice: è il percorso. Usavo il Metodo in maniera quasi ossessiva, con le aspettative. Ed è proprio ciò che ti ferma, l'aspettativa. Ti apri a tutto ciò che può essere solo quando non ne hai più.

E poi c'è la cosa che dico sempre a chi inizia: in Magrin la G è la G di gioco. Questo è un percorso denso, si entra a contatto con tanto dolore nostro, quello che non vorremmo mai guardare. Però ti porta anche a divertirti tanto. Divertirsi da morire mentre si scioglie: quella è la chiave. Ciò che ti impedisce di divertirti è un loop, ed è il primo che va sciolto.

SITUAZIONE PRIMA DEL METODO

  • Stavo bene: bella relazione, bello studio, bel lavoro, bella famiglia. Non cercavo niente.

  • Ero convinta che "accontentarsi" fosse la vita: nessuno ti dice che si può avere tanto di più.

  • Solo a sentire "guru veneto" scappavo, io che dal Veneto ero scappata davvero.

  • Non credevo al Metodo, nemmeno vedendolo praticare in casa.

  • Usavo le aspettative come bussola, senza sapere che erano proprio loro a fermarmi.

RISULTATI OTTENUTI GRAZIE AL METODO

  • Ho costruito una relazione di amore incondizionato con il mio ex: senza aspettative, senza chiedere niente.

  • Ho vissuto durante un incastro un'esperienza di gratitudine e benessere che non so spiegare a parole, e che non stavo cercando.

  • Ho capito che la felicità non è nell'obiettivo ma nel percorso, e ho smesso di usare il Metodo "a caccia di risultati".

  • Ho fatto pace col Veneto, con l'accento e con le mie radici.

  • Ho scoperto che si può avere tanto di più di una vita "che va bene", e che non è una vergogna dirlo.

  • Aiuto altre persone ad avvicinarsi al Metodo, ricordando a tutti la G di gioco.

Come ha applicato il Metodo Magrin Giulia per ottenere questa trasformazione di successo?

  • Ha giudicato il Metodo dai fatti: una sessione vissuta sulla propria pelle, non le promesse (e per i problemi di salute resta la regola: prima il medico).

  • Si è fatta accompagnare dal suo tutor Simone, dal punto zero fino a oggi, anche quando da sola non avrebbe continuato.

  • Si è incastrata con costanza, portando negli incastri anche il dolore che non avrebbe mai voluto guardare.

  • Ha lavorato sulle aspettative come loop, smettendo di rincorrere lo stato che aveva assaggiato.

  • Ha tenuto viva la G di gioco: divertirsi mentre si scioglie, sciogliendo per primo ciò che impedisce di divertirsi.

  • Nei prossimi 3/6 mesi il suo impegno è continuare il percorso godendoselo, e aiutare chi si avvicina al Metodo a fare lo stesso.

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Andrea Magrin non è né un medico, né uno psicologo. E’ l’autore di questo sito e non dispensa consigli medici né prescrive l’uso di alcuna tecnica come forma di trattamento per problemi fisici e medici senza il parere di un medico o uno psicologo, direttamente o indirettamente. L’intento dell’autore è semplicemente quello di offrire informazioni di natura generale per aiutarti nella ricerca del benessere fisico, emotivo e spirituale. Nel caso in cui usassi le informazioni contenute in questo sito per te stesso, che è un tuo diritto, l’autore non si assume alcuna responsabilità delle tue azioni. In caso di dubbi, ti consiglio di consultare prima il tuo medico o il tuo psicologo. La metodologia “METODO MAGRIN” è una attività professionale svolta ai sensi della legge 4/2013